UN CASTELLO-RICETTO E LE CHIESE
DI UN BORGO DI CONFINE
Testi tratti da studi dell’Architetto
Doriano Beltrame
(si ringrazia l’autore per la disponibilità)
Il
paese oggi
Il viaggiatore, che percorre oggi l’abitato
del piccolo paese di Recetto, ha modo di imbattersi
e di osservare in centro una vecchia ampia cortina
difensiva perimetrale a forma pseudorettangolare
con spigoli smussati e con torre d’ingresso
in asse al fronte di ponente, sistemata all’interno
a pubblico giardino, che alla vista sembrerebbe
una semplice struttura medievale di ricovero scoperto
e temporaneo.
La totale mancanza di edifici interni ha indotto
anche studiosi a classificare il manufatto come
tipo di nucleo difeso a struttura urbanistica semplice
e, quindi, esempio di una tipologia edilizia particolare.
D’altronde, anche l’aspetto del luogo
è stato profondamente compromesso dalle scelte
di politica delle infrastrutture e delle acque di
fine Ottocento e del Novecento, che hanno portato
alle realizzazioni perimetrali dei tracciati del
Canale Cavour, del Diramatore Alto Novarese, del
sistema autostradale Milano-Torino e Voltri-Sempione,
con l’annullamento delle antiche valenze del
sito (e maggiore diventerà nel futuro il
distacco dal paesaggio storico con la prossima linea
ferroviaria di Alta Capacità Milano-Torino).
e con minore importanza dal tratto di collegamento
trasversale dell’area della Biandrina con
Novara .
Prime testimonianze
del ricetto e del castello
Il 7 febbraio 1266, Bonsignore da Arborio, nobile
Vercellese di antica famiglia capitaneale della
Chiesa Eusebiana, giurava il cittadinatico al Comune
di Vercelli.
Il “dominus” si impegnava ad accettare
l’alta sovranità dell’ente politico
vercellese sui suoi possessi e sugli uomini, ma,
poiché questi erano posti lungo i confini
fra Novara e Vercelli, accanto al conteso centro
di Biandrate, dove ancora risiedevano i conti, cercava
di salvaguardare, con alcune importanti clausole,
i suoi interessi locali ed evitare di essere schiacciato
dalle due vicine potenze militari sempre in urto;
chiedeva soprattutto a Vercelli di essere esentato,
in caso di guerra, dal combattere contro chiunque,
in particolare contro la rivale Novara, usando le
proprie fortificazioni situate ad est della Sesia,
nel luogo chiamato Cerreto e costituite dal castello,
dal ricetto e da case in muratura, garantendosi
così contro un’eventuale edificazione
di un borgo franco vercellese a Biandrate che di
fatto avrebbe portato allo spopolamento di Cerreto
e all’abbandono delle strutture fortificate
locali con la conseguente grave perdita dei diritti
signorili.
In quel periodo, dunque, Bonsignore da Arborio possedeva
in regione Cerreto (località che denuncia
l’esistenza di un querceto, di un bosco a
cerri, probabilmente un “gualdo”) delle
fortificazioni costituite dal castello, dal ricetto
e da case in muratura che cercava di salvaguardare.
Il giuramento non permette di fissare il momento
di formazione del centro demico (in quell’anno
o anche prima) e neanche di fissare il quadro d’influenza
della chiesa di S. Maria delle Nevi su cui doveva
fare da perno, ma forse aiuta a determinare e fissare
proprio in quel periodo il momento dell’erosione
del territorio biandratese da parte dei da Arborio.
Il ricetto dovette essere di grande impatto sull’area,
in quanto, nel giro di pochi decenni, fu in grado
di mutare il toponimo del luogo; nel 1348 il villaggio
non è più indicato Cerreto ma Recetto.
Dapprima si sviluppò un villaggio in prossimità
della regione Cerreto servito dalla chiesetta dedicata
alla Madonna delle Nevi (per tradizione detta “l’antica
parrocchiale” e che la titolazione dovrebbe
far risalire agli albori del XII secolo, se non
prima); in seguito, eretto il castello ad uso ricetto
ad ovest –a 200 metri, in posizione leggermente
rialzata e separata da un avvallamento– l’abitato
finì per gravitare sui due poli chiesa-castello
(est-ovest). Forse il fortilizio venne dotato di
“cappella” a carattere privato intitolata
a S. Domenico fin dalle origini dell’incastellamento.
A nord-ovest di esso, in area contigua ma extraurbana,
venne situato l’airale per il deposito dei
prodotti infiammabili (paglia, fieno, canapa, ecc.).
Nel ‘400
Col trattato di Torino del 2 dicembre 1427, il territorio
di Vercelli veniva ceduto dal Visconti al Savoia;
i diritti di confine erano sanciti lo stesso giorno
proprio nel castello di Recetto, segno dell’importanza
assunta dal sito al limite dei due stati. Veniva
definita la posizione di Recetto dove il castello,
il villaggio e il territorio con le pertinenze di
dominio di Vercelli, anche se posti sulla sponda
milanese del fiume Sesia, rimanevano sotto la piena
giurisdizione di Amedeo VIII; viceversa non si giungeva
al chiarimento del possedimento di Cassinale; ad
esso si addiveniva solo sette anni dopo, con Lettere
patenti del 14 ottobre 1434, attribuendo il dominio
al Savoia e fissando con assoluta precisione i confini
di Recetto e Cassinale.
Nell’atto è menzionato il castello
ma non più il ricetto. Solo quando lo Sforza
divenne duca di Milano si regolarono le questioni
dei confini occidentali con Ludovico di Savoia:
la pace di Milano, del 30 agosto 1454, sancì
che i castelli di Recetto e Cassinale ritornassero
sotto il dominio sabaudo; stessa dichiarazione si
ripeté nell’accordo di Torino del 9
novembre 1467. E’ presumibilmente in questo
periodo, caratterizzato da lotte e calme apparenti,
che l’espansione di Recetto si indirizzò
in direzione diversa nord-sud, formando la nuova
“villa” e abbandonando la direttrice
est-ovest, come conseguenza delle tensioni vettoriali
tra città e territorio, con l’opzione
politica, economica e militare nei confronti della
nuova città dominante (il tessuto era “tirato”
nella direzione nuova per Vercelli, Sabauda, dopo
quella verso Novara, Viscontea e Sforzesca).
Di conseguenza presso il nuovo insediamento si dovette
erigere la chiesa per il popolo, sostitutiva della
prima (che venne ubicata nel sito dell’odierno
edificio dell’ex-confraternita di S. Caterina),
che assommò i titoli di S. Maria e S. Domenico
(la sua esistenza è già documentata
nel 1459); l’antica chiesetta dedicata alla
Madonna delle Nevi venne allora dedicata alla Madonna
delle Grazie, almeno dagli anni verso il 1500 (di
sicuro dal 1486).
Il
‘500
All’inizio del Cinquecento nuovi problemi
interessarono l’area, allorquando una nuova
presenza signorile venne ad insinuarsi nel tessuto
sociale dei nobili, da secoli presenti in questa
campagna.
Il 22 settembre 1513, Mercurino Arborio di Gattinara,
riconosciuto discendente della casa Arborio, per
ricompensa dell’opera svolta a favore della
Casa Imperiale d’Asburgo, otteneva dall’imperatore
Massimiliano, la concessione dei diritti feudali
assieme al titolo comitale sui luoghi di Gattinara,
Greggio, Arborio, Ghislarengo, Lenta, Recetto, Giardino,
San Colombano, in cui viveva la sua vasta parentela,
scompaginando i poteri. In breve tempo si procedette
alla ricognizione dei beni; quelli di Recetto il
5 giugno 1515 con precisa puntualizzazione delle
proprietà nel fortilizio. Si deduce che esso
era costituito da un recinto in muratura, circondato
da fossato e con un torrione presso la porta d’ingresso
e con all’interno 13 case coerenti fra loro,
la via, la “plathea castri “ e la “fovea
castri”.
Il nuovo feudatario veniva ad assommare diversi
poteri collocandosi a mezza strada fra l’alta
sovranità del duca di Savoia e i diritti
dei domini: il duca cedeva i poteri giurisdizionali
e l’amministrazione della giustizia mantenendo
solo le cause di terza istanza e inoltre cedeva
i diritti minori che erano stati da molto tempo
ad appannaggio dei nobili locali che ora restava
loro la sola nuda proprietà delle case entro
il fortilizio sottoposte però all’obbligo
delle ricognizione feudale a scadenze saltuarie.
Fra
‘500 e ‘600
Il Contado fu poi innalzato a Marchesato il 19 settembre
1621; Recetto e Cassinale quali terre feudali del
Gattinara, entrarono a far parte della provincia
di Vercelli .
Nel 1556 la chiesa dei SS. Maria e Domenico di Recetto
compariva ormai ”unica chiesa parrocchiale”
segno della piena funzionalità del nuovo
insediamento a discapito del vecchio villaggio;
inoltre già prima del 1573 ad essa era stato
addossato, a est, l’oratorio dei disciplinati
di S. Caterina. Nell’atto di visita pastorale
del 15 maggio 1591 la chiesa parrocchiale di S.
Domenico (indicato il santo come unico titolare)
e l’oratorio di S. Caterina erano segnalati
in cattive condizioni ma prossimi ad essere riformati.
Ancora nel 1601 la chiesa di S. Domenico mancava
di sacrestia e la casa parrocchiale (che era contigua
alla chiesa, separata da un vicolo) esigeva riparazioni.
Per quanto concerne, invece, il fortilizio due ricognizioni
di quel periodo forniscono un quadro dettagliato.
Nell’atto di ricognizione
del 1° agosto 1582 si puntualizzava:
[...] PIÙ li predetti
dil Castello di recetto tener in feudo dal Ser.mo
S.r signor Ducal nostro signore In detto Castello
li beni quà sotto descritti. ET Primo Il
Sig.r Anthonio avogadro di sancto giorgio di Asigliano
tener una casa et altri edeffici nel detto Castello
di recetto choerentia la porta la piazza et la fossa
di detto Castello. PIÙ una altra casa con
suoi edeffici nel detto Castello choerentia Il sig.r
Pietro bena Il sig.r Benedetto gregio et la fossa.
signor giò dominico de signorino figliolo
del fu S.r Emilliano a nome suo proprio et a nome
come sopra Dice tener In detto Castello una casa
osia caneva con duoi edeffici murati li choerentia
gl'eredi dil S.r agostino vedano la fossa et piazza
di detto castello. PIÙ li beni quali sono
in detto Castelllo che erano di quelli de grosis
de gentilhomini di cassinale. PIÙ la sua
ratta parte di un mollino con sua roggia et altri
edeffici sittuato nelle fini di Cassinale ove si
dice al mollino della ceresa, Indiviso con la comunità
di recetto Al quale choerentia la via publica la
barazza dil reale et Il S.r benedetto gregio. PIÙ
Il S.r seraffino de seraffini predetto a nome di
francesco de gabrielli de gentilhomini de retto
tener una casa con suoi edeffici nel detto castello
choerenti agostino de agostini esso signor seraffino
et la fossa.Il S.r Benedetto vedano a nome suo proprio
et a nome come sopra tener et come herede dil S.r
Agostino vedano suo padre et della signora gulliermina
sua madre, una casa con suoi edeffici nel predetto
castello li choerentia detti frattelli de signorino
la piazza d'esso castello et la fossa. PIÙ
agostino de agostini tener una caneva con un sollaro
In esso Castello choerentia francesco di gabriella
la piazza et la fossa. PIÙ il s.r sebastiano
gregio a nome suo proprio et dil S.r benedetto suo
zio dice tener una casa con suoi edeffici et certo
terreno vacuo nel predetto castello choerentia giò
maria del aramo francesco seracino Bartholameo mariono
la piazza et la fossa dil Castello. PIÙ francesco
di seracino a suo et nome come sopra Dice tenere
una caneva nel castello predetto choerentia giò
maria del aramo Bartholameo mariono la piazza et
la fossa dil Castello. Quali beni case et edeffici
predetti dicono tener in feudo come sopra. [...]
Parimenti
in quello del 9 settembre 1620, redatto a fini di
procura, si precisava:
[...] detti
SS.ri di Recetto il Castello d’esso loco di
Recetto à qual coherentia la Cerca mediante
il fosso di detto Castello, et caduno separatamente
li beni, case, et raggioni qui appresso particolarmente
descritti in essi [...] Castello di Recetto respettivamente
consistenti et esistenti [...].
Vi erano ancora
case, ma anche spazi vuoti, canapifici, cantine
e magazzini segno che parte degli edifici vertevano
in rovina. Nelle ricognizioni si parla sempre di
“castrum”, mentre il termine “recetto”
compare nei documenti del Cinquecento e Seicento
solo per indicare l’intera struttura e non
una parte privilegiata di essa.
E’ comunque indubbio che a partire dal 1515
esisteva un solo fortilizio denominato negli atti
delle ricognizioni con il termine “castrum”.
Nel consegnamento del 25 gennaio 1666 il luogo era
descritto “uno scito dirrochatto eccettuatto
una casa della Compagnia di S.to Spirito, ove si
fa annualmente la Carità, a quale confinano
la ruggia del Comune tutto intorno”.
Stessa situazione nella ricognizione del 2 maggio
1684 registrato come “un sito tutto distrutto
ecetto una Casa della Compagnia di Santo Spirito
ove si fà annualmente la Carità, a
quale coherentiano la roggia del comune tutto all’intorno”.
Dell’antica struttura fortificata rimase perciò
solo parte del muro di cinta e il basamento del
torrione quadrato d’ingresso che venne riadattato,
presumibilmente dalla stessa Congregazione religiosa
di S. Spirito ricavando una cellula edilizia ad
uso caritativo.
Probabilmente a seguito di quei frangenti calamitosi
venne eretta dalla Comunità nei punti di
accesso del sistema viario del paese una cintura
di cappelle votive: Ss. Trinità (nord), S.
Rocco –due cappelle adiacenti o addossate
fra loro sul lato sud; la seconda delle quali di
piccolissime dimensioni e quindi presumibilmente
più un’edicola votiva che una cappella
aggiunta– (nord-est), altra inserita nel muro
nord dell’antica chiesa di S. Maria delle
Grazie nel 1665 (est), Madonna d’Oropa (sud-est)
e SS. Fabiano e Sebastiano (sud).
La chiesa parrocchiale di S. Domenico e l’unito
oratorio della Confraternita di S. Caterina finirono
forse a loro volta per fungere da edifici votivi
(verso ovest) visto che in quella direzione non
si eresse cappella.
Il
‘700
Fu probabilmente allo scadere del primo decennio
della seconda metà del Settecento che si
procedette alla riplasmazione dei due edifici sacri
centrali, compiendo inoltre il riordino urbanistico
dell’area per adattarla a unico polo primario
del paese. Nel 1759 si costruì, infatti,
nel sito del forno vicino alla chiesa di S. Caterina
e del circostante vacuo con case diroccate, prospicienti
la “piazza di sotto”, la nuova (odierna)
chiesa parrocchiale intitolata nuovamente a S. Domenico
e S. Maria , a direzione nord-sud e quindi non più
“orientata”. In attesa del suo completamento,
il forno venne traslocato nella chiesa di S. Caterina
che a sua volta andò a insediarsi in coabitazione
a metà con la vecchia chiesa di S. Domenico.
La vecchia parrocchiale, in seguito, passò
interamente alla Confraternita di S. Caterina che
la adattò a nuovo oratorio, rovesciandone
l’orientamento in ovest-est ; inoltre, demolendo
il vecchio antistante oratorio a est, se ne ricavò
il sagrato; si ottenne così (rinunciando
agli orientamenti) l’ortogonalità delle
due chiese prospicienti “la piazza di sotto”,
che divenne piazzale-sagrato denominato ancora oggi
dialettalmente “piazza grande” (attuale
piazza S. Domenico) per distinguerlo dalla “piazza
di sopra” presso i resti del fortilizio (attuale
piazza Castello) denominata dialettalmente “piazza
pita” (piccola).
Venne anche abbattuta la cappella della Ss. Trinità
al limite nord del paese (al termine dell’odierna
via Cavour) presumibilmente per allargare l’imbocco
della via stessa. È probabilmente in tale
frangente che venne pure intrapreso l’ingrandimento
della vetusta chiesetta di S. Maria delle Grazie
con l’erezione di un monumentale apparato
absidale lasciato tuttavia allo stato rustico di
muratura per motivi imprecisati (l’enorme
dimensione fuori scala della struttura si spiega
forse con l’intenzione di rendere grande memoria
all’antico ruolo di parrocchiale o di venerare
l’affresco della “Madonna con bambino”
realizzato nel 1486 sopra l’altare dell’absidiola
della chiesetta posta sul percorso della strada
“pellegrina”).
Inoltre si procedette, presumibilmente nello stesso
periodo, al limite nord-ovest del paese, presso
la strada per Landiona e la Sesia, anche all’erezione
della cappella di S. Giuseppe le cui motivazioni
e modalità costruttive sfuggono allo stesso
modo all’attenzione (si può rilevare
che nelle facciate laterali est e ovest della cappella,
in alto, sotto l’attacco della copertura,
in prossimità dei quattro spigoli, vi sono
murate lastre pseudoquadrate di pietra –una
per ognun spigolo– con inciso il nome del
benefattore o del committente –in tutto 4:
I PIETRA BUSCA ANTONIO; II. BADINO VINCENZO; III.
CAPELLA[N]O GIOVAN[N]I GUALLINO; IV. GIUSEPPE CHIARPOTTO).
Nell’
‘800
Il distacco da Vercelli fu reso netto dalla bolla
papale del 1° giugno 1803 che aggregò
la parrocchia di S. Domenico di Recetto, nel quadro
della riorganizzazione delle diocesi piemontesi,
alla sede vescovile di Novara, in quanto situata
su territorio del dipartimento dell’Agogna.
Caduto l’impero napoleonico, Recetto ritornò
sotto la giurisdizione pastorale di Vercelli a seguito
della bolla papale del 17 luglio 1817, ma amministrativamente
rimase alla provincia di Novara. Nel 1836, Recetto,
per appartenenza al Mandamento di Biandrate, ritornò
alla provincia di Vercelli, con regio decreto del
10 dicembre 1836, fino al 1847, allorquando con
nuovo decreto del 30 ottobre, il paese, con gli
altri comuni del mandamento, fu di nuovo assegnato
a Novara. Da allora Recetto si trovò definitivamente
separato da Vercelli nell’amministrazione,
rimanendo però unito nei vincoli religiosi.
Tra
‘800 e ‘900
La chiesa parrocchiale veniva restaurata e decorata
nel 1859, e nuovamente sottoposta a decoro nel 1892.
A riguardo dell’area del castello si evince
che la proprietà era passata alla Parrocchia
di Recetto, che a sua volta la mantenne fino al
1943; anno in cui, dopo diverse liti, fu ceduta
definitivamente al Comune di Recetto con atto di
permuta del 4 gennaio. In seguito, nel 1969, con
il completamento della fognatura e l’asfaltatura
delle strade del paese si ebbe la necessità
di abbattere anche la cappella dei SS. Fabiano e
Sebastiano per allargare l’imbocco di via
Roma.
Al riguardo, dunque,
del castello-ricetto, se il viaggiatore fosse in
condizione di retrocedere nel tempo, si troverebbe
davanti, prima, la cinta e poi, all’interno,
case in muratura; al di là del fossato e
della porta d’accesso imboccherebbe la via
interna e giungerebbe nella piazza e quindi alla
“fossa”; lungo il percorso incontrerebbe
le case nobiliari testimonianti la natura di castello
popolato da “genthilomini del Recetto”;
sarebbe pertanto di fronte ad una realtà
complessa che oggi, a causa della violenta fine
del 1636 per mano degli Spagnoli, è tramandata
solo dall’ampio recinto pseudorettangolare,
traendo in inganno chi non ne conosce le vicissitudini.